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martedì 4 novembre 2008
UN CAMION CARICO DI SPRANGHE E IN PIAZZA NAVONA E' STATO IL CAOS

La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
di CURZIO MALTESE
Gli scontri di ieri a Roma
Gli scontri di ieri a Roma
Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo". (30 ottobre 2008)
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo". (30 ottobre 2008)
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venerdì 17 ottobre 2008
Lo Stivale di Barabba,ovvero l'Italia presa a calci dai rifiuti
a cura di Stefano Montanari(con la collaborazione di Roberto Pirani).Lo Stivale di Barabba ovvero L'Italia Presa a Calci dai Rifiuti è una sorta di album fotografico sulla situazione del ciclo dei rifiuti nel nostro paese, riguardo a cui alcuni degli studiosi più autorevoli del panorama italiano e internazionale intervengono per offrire una visione a tutto tondo della questione.Perchè molto c'è da sapere sul legame tra salute e inquinamento. L'immondizia che ci fa più male è quella che esiste a nostra insaputa, lontano dagli occhi perchè ridotta a polvere invisibile. Lontana dagli occhi ma, al contrario di quanto afferma il proverbio, tutt'altro che lontana dal cuore. E da tanti altri organi: perchè è proprio quell'immondizia impercettibile a farci ammalare e ad ucciderci. Acquista il libro on line >>
lunedì 13 ottobre 2008
LOST ECONOMY (...ovvero...Il crollo delle borse)

by Alberto Conti
C’era una volta … un isola deserta lontana da tutte le rotte, bellissima, verdeggiante, ricca di acque pure e di ogni risorsa naturale, un isola che non c’è sulle carte nautiche. Durante una violenta tempesta una grande nave da crociera subì un’improvvisa avaria agli impianti di bordo, e in pochi minuti naufragò sulle sue scogliere, senza che fosse possibile fare nulla, neppure lanciare un SOS. Miracolosamente un migliaio tra passeggeri e membri d’equipaggio riuscirono a salvarsi raggiungendo la spiaggia più vicina.
Essendo il primo maggio la battezzarono “Isola del Lavoro”, anche perché si resero subito conto di doversi arrangiare da soli negli anni a venire.
Decisero subito in assemblea plenaria di darsi un governo democratico, dichiarandosi Stato sovrano, inizialmente proprietario di tutta l’isola e del suo mare (demanio pubblico). Nella divisione dei compiti affidarono la gestione della nascente banca unica, detta “Banca Nazionale del Lavoro” abbreviato BNL, a due fratelli ginevrini esperti del ramo, i fratelli Lemani.
Questa banca nascente non possedeva alcun patrimonio, come del resto tutti gli altri naufraghi, ma si fece una colletta per dotarla di carta e penna, oltre a qualche ciondolino d’oro e altri gadget fortunosamente conservati dopo il naufragio, così, come riserva simbolica di garanzia per i crediti nella nuova valuta, subito battezzata “Espero” su proposta di una giovane coppia spagnola in attesa del loro primo figlio, che sarebbe stato anche il primo lavorino autoctono.
Era importante che la banca si attivasse subito, per consentire l’avviamento dei primi scambi commerciali, emettendo moneta, anche perché lo Stato lavorino aveva urgente bisogno di riscuotere le tasse per finanziare opere pubbliche essenziali: strade, scuola, ospedale e via dicendo.
Detto fatto, i fratelli Lemani cominciarono a scrivere biglietti di banca, a mo’ di ricevuta di un loro debito verso la comunità, da consegnare a chiunque ne facesse motivata richiesta, garantendone la restituzione con un minimo interesse aggiunto. La contabilità di questi movimenti era il punto di forza di questi due infaticabili professionisti, ai quali non sfuggiva nulla e non facevano quasi mai errori contabili; in questo la fiducia di tutti i lavorini era davvero ben riposta.
Stabilito un semplice ed efficace sistema fiscale, messo a punto dal ministro delle finanze democraticamente eletto, il generoso Sig. Tramonti, presto le casse dello stato si riempirono di migliaia di nuovi “esperi”. La gestione del Tesoro venne affidata ad un nobile cugino inglese dei fratelli Lemani, di chiara ed indiscussa fama, detto Drago. Con questo denaro si poteva finalmente avviare la macchina statale. Si riuscì perfino ad assumere centinaia di impiegati pubblici dedicati alle più svariate mansioni, produttive e amministrative.
Col tempo i lavorini più intraprendenti costituirono fiorenti aziende d’ogni sorta, grazie al credito bancario. Alcune di queste aziende, una volta consolidate, rilevarono le attività produttive pubbliche, rendendole più efficienti, tant’è che i dipendenti pubblici si ridussero ai soli amministrativi ed agli insegnanti. Era iniziato così il periodo delle privatizzazioni, che gradualmente interessarono anche terreni, fabbricati, infrastrutture a pagamento, e perfino la banca. In breve tutti i servizi pubblici vennero regolarmente appaltati ad imprese private, con grande giovamento del rapporto qualità/prezzo per il contribuente-utente. Però lo Stato doveva chiedere spesso alla banca altri soldi in prestito, per riuscire a garantire i gravosi servizi ai cittadini e realizzare nuove infrastrutture, indispensabili alle nuove aziende private, indebitandosi così sempre più e chiedendo sempre più tasse ai lavorini, anche per pagare gli accresciuti interessi sul debito pubblico. La popolazione accolse i cambiamenti con rassegnata speranza in un futuro migliore, confermando la fiducia nei propri rappresentanti meno-peggio.
Ma per stare tutti meglio occorreva lavorare molto, sempre di più, e far circolare sempre più soldi, che passavano di mano in mano, per finire prima o poi nella cassaforte dei fratelli Lemani, come rata di un qualche mutuo privato o tassa sul debito pubblico. Ad un certo punto le imprese private, Banca compresa, decisero di capitalizzarsi meglio emettendo azioni ed obbligazioni proprie, che i più avveduti lavorini acquistarono con gli “esperi” faticosamente guadagnati e risparmiati. Inutile dire che i più importanti imprenditori si trovarono in cassa fin troppi soldi per le esigenze correnti, così che la plusvalenza la investirono nel debito pubblico e nella stessa BNL, come deposito fruttifero e/o quote azionarie, divenendone così comproprietari coi fratelli Lemani. Questi a loro volta acquistarono azioni delle varie imprese per conto della BNL & Soci.
…. E la casta fù …. assieme al mercato finanziario, il nuovo centro d’interesse degli operatori economici. La loro insaziabile avidità speculativa fece esplodere l’offerta di nuovi prodotti finanziari, fatti di scommesse d’ogni sorta sull’andamento della sottostante economia produttiva. Ovviamente questi nuovi investimenti stimolavano ed assorbivano ulteriori espansioni di liquidità erogata dalla BNL.
Nell’isola intanto la vita diventava sempre più cara, ma gli stipendi non crescevano in proporzione, giustamente, per non esacerbare ulteriormente l’odiata inflazione ringalluzzendo troppo la capacità di spesa dei cittadini. Stato e cittadini accumularono comunque debiti enormi, che crescevano anche per riuscire a pagare almeno gli interessi, il male minore. Ma se la contabilità era corretta, essendo quello monetario un gioco a somma zero, a tutto quel debito diffuso doveva corrispondere un pari credito, però tutto concentrato in mano dei fratelli Lemani & soci, ormai proprietari di terreni, fabbricati, grandi aziende, infrastrutture, flotta, giornali, ecc. Perciò le notizie arrivavano solo da giornalisti pagati dalla casta, e si capiva che erano alquanto ambigue e tendenziose, fatte apposta per spaccare in due l’assemblea dei rappresentanti del popolo, che sembrava non voler capire la situazione, litigando su tutto tranne che sulla proprietà degli “esperi”. Gli “esperi” è chiaro che son sempre stati tutti di proprietà della BNL che li ha emessi, e col tempo ritornano alla BNL. Date a Cesare quel che è di Cesare, e sentitevi onorati dalla sua magnanimità che vi consente di poter lavorare ancora per lui, nonostante la vostra miseria. In fondo la gente questo lo avvertiva, ma era come se non volesse accettarlo, neanche saperlo, nascondendo la testa sotto la sabbia, ognuno per conto suo. Così per distrarla ed alleviare questa angosciosa rimozione fu costruito un grande stadio, dove ogni domenica si fronteggiavano le due squadre antagoniste, i bianconeri e i rossoverdi, e lì popolo e casta diventavano un’unica comunità esultante che si amava e rispettava.
Che sportivi i lavorini!
Cominciarono i primi vandalismi e le prime violenze senza un perché. La prima crisi di crescita era vicina.
Seguirono altri cicli economici fatti di boom seguito da crisi, ed ogni volta la BNL aggiustava il tasso di riferimento in funzione “anticiclica”, ma con risultati sempre più deludenti. L’unico effetto evidente era l’espansione a ondate della massa monetaria emessa, la cosiddetta liquidità circolante, anche se non sempre a dire il vero la si “vedeva” circolare nell’isola. Infatti questa nuova liquidità in “esperi” andava a finire quasi tutta dalla stessa parte, nel mercato dei prodotti finanziari, aumentando il divario tra popolazione debitrice e casta creditrice, nonostante molti beni di famiglie impoverite fossero già stati venduti dai cittadini disperati, per far fronte alle necessità primarie, ovviamente a prezzi di realizzo. Per fortuna i nuovi proprietari riuscivano prontamente a rivalutarli, restituendoli ai veri valori di mercato, il loro mercato.
Purtroppo però anche l’isola e il mare circostante davano segni sempre più marcati di sofferenza, di eccessivo sfruttamento e di degrado ambientale, che rischiava d’inceppare il trend di sviluppo produttivo. Qualche stupido diceva “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per fortuna qualche saggio esortava al senso di responsabilità, temendo per le sorti dell’economia che sfamava tutti.
All’ennesima crisi economica, sempre più profonda, i ricchi risparmiatori cominciarono a ritirare i loro crediti dalle scommesse, ma questa volta accadde il peggio. Su voci incontrollate s’incrinò la fiducia nella banca, e le voci ebbero un’agghiacciante conferma: non c’era più alcuna liquidità nelle casse della banca, i fratelli Lemani, rosi dal rimorso e dalla vergogna, erano fuggiti da giorni in barca a vela senza lasciare traccia, portandosi via i libri contabili per affondarli nelle profondità dell’oceano. Panico, gli imprenditori volevano fuggire a loro volta, ma la folla inferocita li bloccò. Fortunatamente le guardie fecero appena in tempo a portarli al sicuro in prigione, in attesa di giudizio. Nel caos che seguì qualcuno prese la parola per calmare gli animi.
“Calma gente, non tutto il male vien per nuocere. Senza la paura della povertà che progressivamente ci ha oppresso non avremmo costruito così in fretta strade, ponti, villaggi e aziende. Ora c’è anche troppo di quello che non serve e troppo poco di quanto invece occorre per vivere tutti insieme, serenamente, in un’economia sviluppata nella qualità del bene primario, l’ambiente in cui viviamo e dal quale proviene tutto il nutrimento materiale e spirituale che ci occorre. Bisognerà lavorare ancora molto, ma in letizia, prima per riparare i danni e poi per sviluppare senza limite la capacità d’amare i nostri simili e l’universo intero, come un’unica entità di cui facciamo parte durante questo viaggio, iniziato con un naufragio ma che può proseguire alla ricerca di noi stessi con spirito rafforzato e più maturo. Per evitare altri guai potremo conservare gran parte delle nostre abitudini, come ad esempio un economia a base monetaria, ma questa volta l’emittente della nuova valuta, che chiameremo “equo”, saremo tutti noi, che formiamo il vero Stato, rappresentato da Istituzioni pubbliche trasparenti e partecipate, fatte per realizzare e custodire il vero bene comune. Non dovremo più preoccuparci singolarmente ed egoisticamente delle avversità della vita, ma solo di contribuire con sincera passione al bene comune riconosciuto come bene proprio, potendo esprimere finalmente le nostre migliori capacità, perché faremo leggi di stato che proteggono la dignità umana in ogni circostanza, basate sui principi guida di solidarietà, giustizia, fratellanza e rispetto universale.
Solo così possiamo trovare il vero senso della libertà in questo nostro bellissimo viaggio nel mondo”.
Essendo il primo maggio la battezzarono “Isola del Lavoro”, anche perché si resero subito conto di doversi arrangiare da soli negli anni a venire.
Decisero subito in assemblea plenaria di darsi un governo democratico, dichiarandosi Stato sovrano, inizialmente proprietario di tutta l’isola e del suo mare (demanio pubblico). Nella divisione dei compiti affidarono la gestione della nascente banca unica, detta “Banca Nazionale del Lavoro” abbreviato BNL, a due fratelli ginevrini esperti del ramo, i fratelli Lemani.
Questa banca nascente non possedeva alcun patrimonio, come del resto tutti gli altri naufraghi, ma si fece una colletta per dotarla di carta e penna, oltre a qualche ciondolino d’oro e altri gadget fortunosamente conservati dopo il naufragio, così, come riserva simbolica di garanzia per i crediti nella nuova valuta, subito battezzata “Espero” su proposta di una giovane coppia spagnola in attesa del loro primo figlio, che sarebbe stato anche il primo lavorino autoctono.
Era importante che la banca si attivasse subito, per consentire l’avviamento dei primi scambi commerciali, emettendo moneta, anche perché lo Stato lavorino aveva urgente bisogno di riscuotere le tasse per finanziare opere pubbliche essenziali: strade, scuola, ospedale e via dicendo.
Detto fatto, i fratelli Lemani cominciarono a scrivere biglietti di banca, a mo’ di ricevuta di un loro debito verso la comunità, da consegnare a chiunque ne facesse motivata richiesta, garantendone la restituzione con un minimo interesse aggiunto. La contabilità di questi movimenti era il punto di forza di questi due infaticabili professionisti, ai quali non sfuggiva nulla e non facevano quasi mai errori contabili; in questo la fiducia di tutti i lavorini era davvero ben riposta.
Stabilito un semplice ed efficace sistema fiscale, messo a punto dal ministro delle finanze democraticamente eletto, il generoso Sig. Tramonti, presto le casse dello stato si riempirono di migliaia di nuovi “esperi”. La gestione del Tesoro venne affidata ad un nobile cugino inglese dei fratelli Lemani, di chiara ed indiscussa fama, detto Drago. Con questo denaro si poteva finalmente avviare la macchina statale. Si riuscì perfino ad assumere centinaia di impiegati pubblici dedicati alle più svariate mansioni, produttive e amministrative.
Col tempo i lavorini più intraprendenti costituirono fiorenti aziende d’ogni sorta, grazie al credito bancario. Alcune di queste aziende, una volta consolidate, rilevarono le attività produttive pubbliche, rendendole più efficienti, tant’è che i dipendenti pubblici si ridussero ai soli amministrativi ed agli insegnanti. Era iniziato così il periodo delle privatizzazioni, che gradualmente interessarono anche terreni, fabbricati, infrastrutture a pagamento, e perfino la banca. In breve tutti i servizi pubblici vennero regolarmente appaltati ad imprese private, con grande giovamento del rapporto qualità/prezzo per il contribuente-utente. Però lo Stato doveva chiedere spesso alla banca altri soldi in prestito, per riuscire a garantire i gravosi servizi ai cittadini e realizzare nuove infrastrutture, indispensabili alle nuove aziende private, indebitandosi così sempre più e chiedendo sempre più tasse ai lavorini, anche per pagare gli accresciuti interessi sul debito pubblico. La popolazione accolse i cambiamenti con rassegnata speranza in un futuro migliore, confermando la fiducia nei propri rappresentanti meno-peggio.
Ma per stare tutti meglio occorreva lavorare molto, sempre di più, e far circolare sempre più soldi, che passavano di mano in mano, per finire prima o poi nella cassaforte dei fratelli Lemani, come rata di un qualche mutuo privato o tassa sul debito pubblico. Ad un certo punto le imprese private, Banca compresa, decisero di capitalizzarsi meglio emettendo azioni ed obbligazioni proprie, che i più avveduti lavorini acquistarono con gli “esperi” faticosamente guadagnati e risparmiati. Inutile dire che i più importanti imprenditori si trovarono in cassa fin troppi soldi per le esigenze correnti, così che la plusvalenza la investirono nel debito pubblico e nella stessa BNL, come deposito fruttifero e/o quote azionarie, divenendone così comproprietari coi fratelli Lemani. Questi a loro volta acquistarono azioni delle varie imprese per conto della BNL & Soci.
…. E la casta fù …. assieme al mercato finanziario, il nuovo centro d’interesse degli operatori economici. La loro insaziabile avidità speculativa fece esplodere l’offerta di nuovi prodotti finanziari, fatti di scommesse d’ogni sorta sull’andamento della sottostante economia produttiva. Ovviamente questi nuovi investimenti stimolavano ed assorbivano ulteriori espansioni di liquidità erogata dalla BNL.
Nell’isola intanto la vita diventava sempre più cara, ma gli stipendi non crescevano in proporzione, giustamente, per non esacerbare ulteriormente l’odiata inflazione ringalluzzendo troppo la capacità di spesa dei cittadini. Stato e cittadini accumularono comunque debiti enormi, che crescevano anche per riuscire a pagare almeno gli interessi, il male minore. Ma se la contabilità era corretta, essendo quello monetario un gioco a somma zero, a tutto quel debito diffuso doveva corrispondere un pari credito, però tutto concentrato in mano dei fratelli Lemani & soci, ormai proprietari di terreni, fabbricati, grandi aziende, infrastrutture, flotta, giornali, ecc. Perciò le notizie arrivavano solo da giornalisti pagati dalla casta, e si capiva che erano alquanto ambigue e tendenziose, fatte apposta per spaccare in due l’assemblea dei rappresentanti del popolo, che sembrava non voler capire la situazione, litigando su tutto tranne che sulla proprietà degli “esperi”. Gli “esperi” è chiaro che son sempre stati tutti di proprietà della BNL che li ha emessi, e col tempo ritornano alla BNL. Date a Cesare quel che è di Cesare, e sentitevi onorati dalla sua magnanimità che vi consente di poter lavorare ancora per lui, nonostante la vostra miseria. In fondo la gente questo lo avvertiva, ma era come se non volesse accettarlo, neanche saperlo, nascondendo la testa sotto la sabbia, ognuno per conto suo. Così per distrarla ed alleviare questa angosciosa rimozione fu costruito un grande stadio, dove ogni domenica si fronteggiavano le due squadre antagoniste, i bianconeri e i rossoverdi, e lì popolo e casta diventavano un’unica comunità esultante che si amava e rispettava.
Che sportivi i lavorini!
Cominciarono i primi vandalismi e le prime violenze senza un perché. La prima crisi di crescita era vicina.
Seguirono altri cicli economici fatti di boom seguito da crisi, ed ogni volta la BNL aggiustava il tasso di riferimento in funzione “anticiclica”, ma con risultati sempre più deludenti. L’unico effetto evidente era l’espansione a ondate della massa monetaria emessa, la cosiddetta liquidità circolante, anche se non sempre a dire il vero la si “vedeva” circolare nell’isola. Infatti questa nuova liquidità in “esperi” andava a finire quasi tutta dalla stessa parte, nel mercato dei prodotti finanziari, aumentando il divario tra popolazione debitrice e casta creditrice, nonostante molti beni di famiglie impoverite fossero già stati venduti dai cittadini disperati, per far fronte alle necessità primarie, ovviamente a prezzi di realizzo. Per fortuna i nuovi proprietari riuscivano prontamente a rivalutarli, restituendoli ai veri valori di mercato, il loro mercato.
Purtroppo però anche l’isola e il mare circostante davano segni sempre più marcati di sofferenza, di eccessivo sfruttamento e di degrado ambientale, che rischiava d’inceppare il trend di sviluppo produttivo. Qualche stupido diceva “si stava meglio quando si stava peggio”, ma per fortuna qualche saggio esortava al senso di responsabilità, temendo per le sorti dell’economia che sfamava tutti.
All’ennesima crisi economica, sempre più profonda, i ricchi risparmiatori cominciarono a ritirare i loro crediti dalle scommesse, ma questa volta accadde il peggio. Su voci incontrollate s’incrinò la fiducia nella banca, e le voci ebbero un’agghiacciante conferma: non c’era più alcuna liquidità nelle casse della banca, i fratelli Lemani, rosi dal rimorso e dalla vergogna, erano fuggiti da giorni in barca a vela senza lasciare traccia, portandosi via i libri contabili per affondarli nelle profondità dell’oceano. Panico, gli imprenditori volevano fuggire a loro volta, ma la folla inferocita li bloccò. Fortunatamente le guardie fecero appena in tempo a portarli al sicuro in prigione, in attesa di giudizio. Nel caos che seguì qualcuno prese la parola per calmare gli animi.
“Calma gente, non tutto il male vien per nuocere. Senza la paura della povertà che progressivamente ci ha oppresso non avremmo costruito così in fretta strade, ponti, villaggi e aziende. Ora c’è anche troppo di quello che non serve e troppo poco di quanto invece occorre per vivere tutti insieme, serenamente, in un’economia sviluppata nella qualità del bene primario, l’ambiente in cui viviamo e dal quale proviene tutto il nutrimento materiale e spirituale che ci occorre. Bisognerà lavorare ancora molto, ma in letizia, prima per riparare i danni e poi per sviluppare senza limite la capacità d’amare i nostri simili e l’universo intero, come un’unica entità di cui facciamo parte durante questo viaggio, iniziato con un naufragio ma che può proseguire alla ricerca di noi stessi con spirito rafforzato e più maturo. Per evitare altri guai potremo conservare gran parte delle nostre abitudini, come ad esempio un economia a base monetaria, ma questa volta l’emittente della nuova valuta, che chiameremo “equo”, saremo tutti noi, che formiamo il vero Stato, rappresentato da Istituzioni pubbliche trasparenti e partecipate, fatte per realizzare e custodire il vero bene comune. Non dovremo più preoccuparci singolarmente ed egoisticamente delle avversità della vita, ma solo di contribuire con sincera passione al bene comune riconosciuto come bene proprio, potendo esprimere finalmente le nostre migliori capacità, perché faremo leggi di stato che proteggono la dignità umana in ogni circostanza, basate sui principi guida di solidarietà, giustizia, fratellanza e rispetto universale.
Solo così possiamo trovare il vero senso della libertà in questo nostro bellissimo viaggio nel mondo”.
E vissero felici e contenti ….
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